La forza del Nome

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Si è da poco conclusa la settantunesima edizione del Festival di Sanremo, un successo annunciato nonostante la pandemia, l’assenza di pubblico a teatro, partecipanti costretti in quarantena e ogni sorta d’intralcio possibile e immaginabile. La vittoria dei Maneskin, le polemiche sulle dinamiche social e il contesto surreale provocato dal periodo storico offrono l’occasione per riflettere riguardo all’importanza della pubblicità per garantire al proprio brand un effetto Pigmalione perenne.

Il Festival è indiscutibilmente l’evento artistico più importante per il nostro paese: fin dalla sua inaugurazione negli anni ’Cinquanta ha ottenuto una vera e propria mimesi con cultura italiana, travalicando ampiamente i puri confini musicali per diventare un vero fenomeno di costume.

La sua importanza e popolarità è ormai tale che non soltanto viene apertamente citato (positivamente o negativamente) nelle canzoni popolari, ma è diventato persino soggetto di film e di fumetti: un classico esempio è l’ormai tradizionale numero di Topolino che immancabilmente rielabora in chiave disneyana i cantanti e i presentatori dell’edizione in corso.

Ma da cosa deriva questo grande successo e popolarità imperitura?

Da molti fattori, ma soprattutto da una davvero pioneristica capacità di sviluppare il proprio brand con avveniristiche capacità di marketing.

Infatti il Festival ha saputo sfruttare il traino di un periodo d’oro per vendere benissimo la propria immagine: magnifici fiori, eleganza, atmosfera divertente e divertita, con nomi di grido sia al microfono che alla presentazione. Come dimenticare infatti conduttori del calibro di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Paolo Bonolis, vallette come Manuela Arcuri ed Anna Falchi … ospiti fissi come Fiorello? Come non provare una sensazione di struggente nostalgia per un’epoca ormai scomparsa nel vedere l’esibizione di Modugno nel suo indimenticabile “Nel blu dipinto di blu”?

Le canzoni vincitrici del Festival restavano non soltanto negli annali della musica, ma anche nel cuore di intere generazioni. È il caso di pezzi come “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, “Luce” di Elisa, “Mistero” di Enrico Ruggeri. Erano anni in cui dalle nuove proposte uscivano nomi come Eros Ramazzotti e Laura Pausini, destinati a un futuro di successi e stadi gremiti.

Tuttavia, dall’inizio degli anni 2000, questo sodalizio di piena accettazione con il pubblico e la società culturale sembra essere venuto meno: le edizioni moderne, più che per la qualità delle canzoni in gara di cui ormai ci si scorda in fretta, sembra quasi far parlare di sé per le discussioni e le critiche.

Fanno notizia i compensi stellari provenienti dai fondi pubblici, i dubbi sul televoto più o meno indirizzato da vari influencer, esibizioni urlate ed esasperate di chi vuol far parlare di sé a tutti i costi. Per stare al passo coi tempi, gli organizzatori hanno cominciato a inserire tra gli artisti in gara anche nomi provenienti dai vari talent show (e quindi caratterizzati da appeal e fanbase più giovane e moderna) che molto spesso ne escono appunto vincitori: è il caso di nomi come Marco Mengoni, Emma Marrone e ovviamente i Maneskin, cosa che ha spinto canzoni di qualità con meno seguito a finire nelle posizioni inferiori della classifica. Ma nonostante tutto, il Festival non viene mai messo in discussione: ogni anno gli ascolti televisivi sono altissimi, molto al di sopra di qualsiasi programma trasmesso normalmente sulle reti pubbliche e private.

Come mai il successo perdura, nonostante tutte le polemiche e le canzoni maggiormente effimere rispetto al passato? Perché appunto il Festival di Sanremo si è trasformato in un brand, un marchio che rappresenta l’italianità, un evento che scandisce l’anno solare, quasi una cerimonia festosa comandata alla stregua del Carnevale. Lo stesso risultato a livello di identificazione qualitativa è stato raggiunto anche dalle aziende di maggior successo, sia in Italia che all’estero: Apple e Samsung sono già sinonimo di qualità e di fascia alta, Lamborghini e Mercedes non necessitano certo di presentare un’approfondita analisi tecnica dei loro nuovi modelli d’automobile per attirare l’attenzione dei compratori.

Il loro è un successo “a priori” perché hanno già speso tempo, denaro e interesse non soltanto per creare prodotti validi, ma anche per pubblicizzarli e renderli noti a tutti, attraverso advertising classico, video corporate ed emozionali. Ma come se non bastasse, nonostante il punto dove sono arrivati questi imprenditori, continuano a reclamizzarsi, spingendo sempre di più sulla strada di consolidare la loro già notevole fama e popolarità.

E al giorno d’oggi, quale miglior modo di farsi notare e di esporre i propri meriti che un video pubblicitario? Quindi che cosa aspettate? Volete anche voi un successo duraturo e senza impedimenti per la vostra azienda e i vostri prodotti?

Prendete esempio dalle grandi compagnie e dal successo del Festival e iniziate a investire sulla pubblicità e sui video … che PlayStop sarà più che disponibile a realizzare per voi, con la qualità che la contraddistingue!

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Paolo.

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